sabato 3 settembre 2011

Ecomafie: Vargas, pentito, ai magistrati parla di rifiuti e politica e fa il nome di Cosentino


Di certo Roberto Vargas non può essere definito uno «stinco di santo», ma è dal 2009, proprio al momento del suo arresto, che prende la decisione di collaborare. Ricordiamo che Vargas è un’ omicida reo confesso, è stato uno dei killer del clan dei Casalesi. E’ solo da qualche mese a questa parte che ha deciso di, come si suole dire, «svuotare definitivamente il sacco». Ha fatto rivelazioni circa gli affari gestiti dai Casalesi, i loro rapporti con lo scenario politico e ha reso possibile l’individuazione di nuovi terreni sui quali la camorra casertana ha deciso di interrare i rifiuti. Le aree vengono in un primo momento svuotate attraverso il prelievo del materiale da utilizzare nell’edilizia e successivamente vengono ricoperte di rifiuti altamente tossici. Non è ancora terminato il periodo di 6 mesi, così come stabilito dalla norma di legge sui pentiti, nel quale i collaboratori sono tenuti a rivelare tutto ciò che sanno, ma Vargas, attraverso i suoi recenti racconti, ha permesso la ricostruzione del suo passato. In particolare, dall’area indicata da Vargas le imprese dei clan hanno dapprima prelevato materiale allo scopo di edificare la Nola-Villa Literno e poi i terreni sono stati utilizzati per interrare bidoni e fanghi tossici. Attualmente si è in attesa dei risultati delle analisi eseguite sui terreni dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Al contrario di Vargas, il fratello Pasquale, uno dei capi dei Casalesi, arrestato nel febbraio 2010, non ha deciso di collaborare ed è stato ristretto in carcere in seguito alla condanna nel processo Spartacus a 12 anni di detenzione. In seguito alle preziose ed utili rivelazioni di Vargas, tre verbali di interrogatorio sono stati presentati dal pm Antonello Ardituro, nel giugno scorso, in sede di udienza preliminare a carico dell’ex consigliere regionale dell’Udeur, Nicola Ferraro, accusato di collusione con il clan dei Casalesi. Insomma, grazie al sostegno politico di Ferraro, la camorra casertana aveva libero accesso agli appalti. Nei verbali è presente anche il nome di Nicola Cosentino. Nicola Schiavone, imputato nel procedimento Ferraro, svolgeva il compito di mediatore politico. Andando ad analizzare la figura di Schiavone, si evince che il figlio del boss Francesco, conosciuto come Sandokan, si sarebbe impegnato per riportare in buoni rapporti Cosentino e Michelangelo Madonna, cugino dei Vargas, attualmente assessore all’Ambiente del Comune di Casal di Principe. Tra Cosentino e Madonna in passato si sono avuti molti dissapori politici. Nel 2007 durante le comunali Madonna si era candidato alle elezioni con una propria lista. L’occasione nella quale il figlio di Sandokan avrebbe cercato di riappacificare i due sarebbe stata un incontro tra il fratello Pasquale e Schiavone. Ecco le dichiarazioni di Vargas presenti nel verbale: «Proprio Nicola Schiavone ci spiegò che bisognava superare quella contrapposizione tra Madonna e Nicola ‘o mericano, cioè Nicola Cosentino. In cambio Schiavone promise di far prendere a Madonna alcuni appalti a Casal di Principe». Tuttavia, le dichiarazioni di Vargas devono tutte essere provate e verificate da parte degli investigatori. Le rivelazioni effettuate in merito a Cosentino, ex sottosegretario all’Economia, potrebbero essere incluse nel procedimento a suo carico. Cosentito risultato imputato per concorso esterno in associazione camorristica e ci potrebbe essere una richiesta da parte del pm Alessandro Milita di acquisire questi verbali. Il 19 settembre si terrà la prossima udienza. Questo sarebbe il settimo reo pentito che fa il nome di Cosentino. Che ci sia un suo effettivo coinvolgimento? Spetterà ai pm e al giudice dirlo. Nel frattempo, dovrebbe far pensare la richiesta avanzata dallo stesso Cosentino di apportare una revisione alla legge sui collaboratori.
fonte: nuovaresistenza

ecco cosa hanno fatto per mettere sotto controllo facebook

In Italia senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari pei una rogatoria internazionale. Questo perchè, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocita di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell'ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l'autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.

polizia_postaleMa siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d'anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perche alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l'enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui a molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l'amicizia a qualcuno che graviti in ambienti "interessanti" per le forze dell'ordine.

A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi "ghisa" nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell'ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad a ltri ragazzi sudamericani, permettendo cosi agli agenti di conoscere il loro organigramma. Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia. «Il nostro obiettivo è quello di prevenire i rave party prima che abbiano inizio», spiegano, «e per questo ci inseriamo nelle comunicazioni tra organizzatori e partecipanti, nei social network, nei forum e nei biog». Così può capitare che anche chi ha semplicemente partecipato ad una chat per commentare un gruppo musicale finisca per essere radiografato a sua insaputa.

polizia-postale-carabinieri-facebookIn teoria queste attività sono coordinate dalle procure che conducono le indagini su singoli fatti o su fenomeni più ampi. I responsabili dei social network non ci tengono a farlo sapere e parlano di una generica offerta di collaborazione con le forze dell'ordine per impedire che le loro piattaforme favoriscano alcuni delitti. Un investigatore milanese rivela a "L'espresso" che, grazie alle autorizzazioni della magistratura, da tempo ottiene dai responsabili di Facebook Italia di visualizzare centinaia di profili riservati di altrettanti utenti, riuscendo persino ad avere accesso ai contenuti delle chat andando indietro nel tempo fino ad un anno. Chi crede di aver impostato le funzioni di riservatezza in modo da non permettere a nessuno di vedere le foto, i post e gli scambi di messaggi con altri amici, in realtà, se nel suo gruppo c'e un sospetto, viene messo a nudo e di queste intrusioni non verrà mai a conoscenza.
E non sempre l'autorità giudiziaria viene messa al corrente delle modalità con cui vengono condotte alcune indagini telematiche. Un ufficiale dei Carabinieri, che chiede di rimanere anonimo, ammette che certe violazioni della legge sulla riservatezza delle comunicazioni vengono praticate con disinvoltura: «Talvolta», spiega l'ufficiale. «creiamo una falsa identità femminile su Fb, su Msn o su altre chat, inseriamo nel profilo la foto di un carabiniere donna, meglio se giovane e carina, e lanciamo l'esca. II nostro carabiniere virtuale tenta un approccio con la persona su cui vogliamo raccogliere informazioni, magari complimentandosi per un tatuaggio. E in men che non si dica facciamo parte del suo gruppo, riuscendo a diventare "amici" di tutti i soggetti che ci interessano». Di tutta questa attività, spiega ancora l'ufficiale, «non sempre facciamo un resoconto alla procura e nei verbali ci limitiamo a citare una fantomatica fonte confidenziale». Da oggi, in virtù dell'accordo di collaborazione con Mark Zuckerberg siglato dalla Polizia, chi conduce queste indagini potrà fare a meno di avvisare un magistrato perchè «la fantasia investigativa può spaziare», prevede un funzionario della Polposta, «e le osservazioni virtuali potranno essere impiegate anche in indagini preventive». (L'Espresso) 

Facebook: il ministero degli Interni ha ottenuto le chiavi per entrare nei profili


Senza dirlo a nessuno il ministero degli Interni italiano ha ottenuto dai vertici di Facebook le chiavi per entrare nei profili degli utenti anche senza mandato della magistratura. Una violazione della privacy che farà molto discutere.I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari pei una rogatoria internazionale. Questo perchè, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocita di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell'ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l'autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.



venerdì 2 settembre 2011

Ecco le telefonate tra Berlusconi e il (latitante) Lavitola – Testo integrale


Berlusconi: «Eccomi.. ciao.. dimmi».
V.: «Allora.. buona sera… senta.. io.. come le ho scritto. Ce l’ha la nota che le ho fatto?».
B.: «Sì sì, l’ho letta almeno».
V.: «Allora.. guardi.. dottore.. a comprova di questo.. ci sta il fatto di ieri… sui giornali… che Bisignani».
B.: «Ma non capisco… perchè io… mi debba occupare di queste cose… scusa… io non c’entro niente… sono lontano da tutto.. ma perchè devo stare a parlarne?».
V.: «Dottore… ma come.. perché… devo starne a parlarne?… «
B.: «E scusami… non ho niente a che vedere con questa storia… Bisignani l’ho conosco da lontano.. l’avrò visto una volta in vita mia… Perché m’hai telefonato?».
V.: «Ma non c’entra nulla il telefonato.. questo stronzo qua.. sapeva sempre in anticipo.. le questioni che potevano riguardare lei… e anche per quelle robe che potevano riguardare me… dalla questione di Fini… in avanti.. fino agli ultimi giorni.. quando lui le disse.. quando Letta le disse che io ero il centro di questa cosa… E invece era Bisignani… io le dico una cosa… questo qui.. secondo me… ci stanno due ipotesi. La prima.. lei la esclude.. giustamente che Letta potesse in qualche modo essere d’accordo con questo, e la cosa è da escludere. Ma l’altra cosa che non è assolutamente da escludere, è che questo delinquente qui strumentalizzasse Letta. Allora siccome questo adesso finirà nei guai fino al collo perché come ci sono le anticipazioni di oggi già sui giornali… Questo lo rimettono in carcere, questo qui che è un mascalzone, andrà a raccontare.. tutte le vicende di Letta… che è riuscito a sapere».
B.: «Ma non sa niente delle vicende di Letta… (incomprensibile). Perché Letta è la persona più pulita e più onesta del mondo, quindi.. io non ho.. nessun timore di nulla… che riguardi Letta».
V.: «Dottore… Bisignani è senza dubbio uomo di Letta. Tramava contro Berlusconi.. e teneva rapporti operativi con nemici vero.. forse veri… Bocchino, D’Alema, Montezemolo».
B.: «Teneva rapporti con tutti.. non.. con ogni mio nemico.. Non ha mai fatto niente.. contro di me».
V.: «No.. dottore.. non è così.. È credibile, secondo lei, che Letta non sapesse.. quanto meno… delle costanti prese di distanza e affermazioni lesive… della sua personalità?.. è credibile?».
B.: «Ma lei, sono tutte cose… così… dici… cazzo… non fa niente… non si sbriga… che cosa sono?… niente… son descritti… sì.. circa il mio modo di comportarmi.. e allora? ».
V.: «Niente da fare… dottore… quando questo stronzo qui… fa questioni di Adinolfi del quale lei sa io non sono un estimatore, per l’amor di Dio… Anche perché a me, non m’è mai piaciuto però, Adinolfi, alla fine della storia… lui ha giu… ha detto… a Mario Farina… io questo… non potevo.. non volevo neanche metterglielo per iscritto… che non si sa mai… ha detto a Mario Farina… persona amica mia… che è il fratello di Vittorio Farina.. col quale lui è in affari… ha detto testualmente — e l’ha detto al generale Lisi.. il quale glielo può confermare, ed è una persona seria — “vedrai che bello scherzo combino ad Adinolfi”».
B.: «Chi l’ha detto questo?»
V.: «Ah? L’ha detto… Bisignani».
B.: «E vabbè, contraddizioni.. antipatie loro… per me.. Adinolfi non è nessuno. Io non sono amico di Adinolfi… Ma io di questa storia, Valter, non me ne voglio interessare. Sono lontano cento chilometri da questa storia, è una cosa che non mi interessa… e non me ne voglio interessare. Di Letta sono sicuro non al cento per cento ma al cento per mille. E di tutto il resto non me ne fotte niente, capito? Di Bisignani… di Adinolfi… di tutti quei nomi lì… non me ne può importare di meno… quindi.. la questione.. che io mi coinvolga dentro una cosa del genere… neanche stare… soltanto a sentire».
V.: «Ma dottore, io vorrei semplicemente che lei ne fosse cosciente… che il suo ufficio è di una tale permeabilità ».
B.: «Ma anche di questo.. non me ne può importare di meno.. perchè io sono così trasparente, così pulito nelle mie cose.. che non c’è nulla che mi possa dare fastidio, capito? Sono uno che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato… quindi, sono assolutamente tranquillo… a me, l’unica cosa che possono dire di me è che scopo. È chiaro? E quindi mi mettono le spie dove vogliono.. mi controllano le telefonate.. non me ne fotte niente… io.. tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei… da un’altra parte e quindi… vado via da questo paese di merda… di cui sono nauseato. Punto e basta. Scusami eh Valter… mi sembra che tu sia preso troppo da questa storia.. ma chi se ne fotte, dai. Son tutte balle dai».
V.: «Lo so… ma qui con le balle. Perché lei tutti i casini che ha avuto, non li ha avuti per delle gran balle? Lei che ha fatto.. pagava le puttane… o.. per caso… faceva le droghe.. o le cose? O le porcherie che dicevano loro? Io sinceramentenon credo che ci sia una donna al mondo che se lei le telefona, dice vieni qua, a farmi una pompa, quella non viene correndo. Dottore, lei mi perdoni se mi permetto ».
E ancora su De Benedetti:
Valter: «Sì. io sto bene, e lei dottore, come sta?»
Berlusconi.: «Eh.. io non sto benissimo… sono senza forze… sento che mi hanno fatto una cosa troppo grossa… (riferimento alla sentenza di risarcimento per la Cir di De Benedetti, ndr)».
V.: «Come dice?»
B.: «Mi hanno fatto una cosa troppo terribile, troppo grande… 25 anni di lavoro.. mandati in fumo, una rapina basata sul nulla. Basata su due giudici talebani di sinistra ».
V.: «Un altro paio di cose… Veda che mi diceva il ragazzo, Giampi (Tarantini, ndr) che aveva avuto notizie dagli avvocati.. che.. da Perroni (l’avvocato di Tarantini, ndr)… che a Bari.. stiano facendo un’indagine contro Laudati… e dove sarebbe coinvolto Nicolò… Lui non so bene che cos’è la storia… mo’ mi faccio dire tutto.. e poi… dico a Perroni…».
B.: «Sì, sì, vabbè.. ma insomma.. questo, tutto per aria. Poi?».
V.: «Ah, va bene. Altra cosa.. Mi dice Pozzessere (direttore commerciale di Finmeccanica, ndr) domani poi le manda una nota sulla questione di quel senatore lì dell’Argentina… Insomma le mando una nota, sembra che stanno facendo un casino… io gli ho detto d’informarla.. «
B.: «Ah, quello lì.. è pericoloso, pericolosissimo. Esteban Caselli (responsabile all’estero del Pdl, ndr)”

giovedì 1 settembre 2011

P2, P3, P4, PSESTO! - L’ANTICO MAZZETTIFICIO SESTO SAN GIOVANNI SFORNA 2 NUOVI INDAGATI


L'affare Serravalle, è quasi storia, fruttò 179 milioni di euro di plusvalenze all'imprenditore Marcellino Gavio che vendette le sue quote, il 15%, alla Provincia di Milano a un prezzo considerato troppo alto. Era l'estate del 2005 e sul caso la Procura di Milano aveva aperto un'indagine che però ancora giace in attesa di archiviazione; il consulente nominato dai pm ambrosiani sulla congruità di quel prezzo aveva stabilito che non c'era nulla di anomalo.
La procura di Monza, qualche settimana fa, aveva chiesto quel documento ai colleghi milanesi ma è evidente che le conclusioni dell'esperto, docente universitario, non hanno convinto i pm di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia, che hanno disposto nuovi ulteriori accertamenti per stabilire se il prezzo fosse giusto oppure no.
E' stato quindi nominato un commercialista che dovrà rileggere le «carte» dell'operazione Serravalle e sono stati acquisiti i documenti dell'inchiesta aperta presso la Corte dei Conti della Lombardia sull'operazione che suscitò tante polemiche e di cui Piero Di Caterina, l'imprenditore dei trasporti divenuto il gran accusatore di Filippo Penati, ha a lungo parlato con gli inquirenti.
Giordano VimercatiGIORDANO VIMERCATI
Il titolare della Craonte ha parlato di trattative riservate, del «sovrapprezzo» da pagare a favore di Penati e Giordano Vimercati (ex braccio destro del presidente della Provincia, ndr), di una «percentuale» per «milioni di euro» che sarebbero poi arrivati su conti esteri in Sudafrica, a Dubai e Montecarlo di Penati.
Filippo PenatiFILIPPO PENATI
Le quote della Milano-Serravalle dal gruppo Gavio furono acquistate a quasi 9 euro l'una, ma erano costate meno di 3 euro. Per ora per concorso in corruzione è iscritto un manager di Banca Intesa che avrebbe partecipato a un incontro nello studio di un commercialista insieme a Bruno Binasco, amministratore della Serravalle, Vimercati e un funzionario della Provincia per stabilire il sovrapprezzo. E sul ruolo del manager bancario e sull'operazione che consentì a Di Caterina di intascare due milioni di euro con il meccanismo di una finta caparra, per l'acquisto di un terreno da parte di Binasco che lasciò scadere l'opzione pagando quindi la «penale», che si concentrerà il lavoro del commercialista.
Autostrada SerravalleAUTOSTRADA SERRAVALLE
Intanto nella lista degli indagati compaiono due nomi nuovi alle cronache: quello del direttore generale del Comune di Sesto San Giovanni, Marco Bertoli, e quello di un ingegnere imprenditore del varesotto. L'attuale direttore generale di Sesto viene accusato di finanziamento illecito al partito. Di Bertoli come del sindaco attuale di Sesto Giorgio Oldrini parla Di Caterina in un interrogatorio del giugno scorso in relazione alle aree Falck:
BRUNO BINASCO BRACCIO DESTRO DI GAVIOBRUNO BINASCO BRACCIO DESTRO DI GAVIO
«Grossi (l'imprenditore milanese finito nell'inchiesta Montecity-Santa Giulia ) mi rappresentò l'esigenza del Gruppo Zunino di affrontare sul territorio il problema del raddoppio del LSP (la superficie lorda, ndr) sull'area ex Falck che volevano portare da 650.000 mq a 1.300.000 mq. Grossi mi disse che sull'operazione il sindaco Oldrini e Bertoli era d'accordo mentre Di Leva (l' ex assessore all'Edilizia arrestato nei giorni scorsi, ndr) si metteva di traverso. Mi chiesero una collaborazione per convincere Di Leva... Ad un certo punto Di Leva mi disse che aveva necessità di 1,5 milioni di Euro per fare fronte alle difficoltà finanziarie della Pro Sesto e di due giornali locali...».
Luigi Zunino ex re del mattoneLUIGI ZUNINO EX RE DEL MATTONE
E' Bertoli infine che in una telefonata intercettata nel maggio scorso dice di aver informato Oldrini «delle diplomazie segrete» sempre per quanto riguarda le ex aree Falck.

 
fonte : dagospia

La satira è vietata se tocca Beppe Grillo: via un video dal web


Roma - Premessa numero uno: ufficialmente la censura è opera di «staffGrillo», non di Beppe Grillo in persona. Premessa numero due: ci siamo già autoinsultati preventivamente, destino inevitabile per chi si permette di toccare l’universo dei grillini. Il fatto in sé è semplice. Se su You Tube si clicca «Beppe Grillo come fa?», video parodia sul comico genovese fatta dal duo Merighi-Troja (blogger del Fatto), non si apre un bel niente. Al posto della clip, compare invece un avvertimento: «Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di StaffGrillo. Siamo spiacenti».
Il video che non si vede sfotte l’ideologia di Grillo e dei suoi apostoli («Ma Beppe Grillo sai che fa/ si fa una gran pubblicità/E il populismo instilla/ai giovani balilla/che gli van dietro di città in città» etc). Niente di che, la coppia di autori aveva fatto lo stesso o peggio con Alfano, con la Santanchè, con Berlusconi («Silvio non c’è»), con Bossi (sulle note di Goldrake, «Lanci allarmi ed abbai/ma non morderai mai/vaaa va vafantoculu, va!»), senza mai essere censurata dal web. La cosa invece è successa col video su Grillo, per un motivo formale piuttosto ridicolo: la violazione del copyright.
All’inizio si riporta un pezzo di comizio di Grillo, pochi secondi, ma marchiati col logo dell’azienda di casa «beppegrillo.it». Quello è l’unico cavillo che può giustificare la rimozione di un contenuto non diffamatorio da You Tube, e quello ha usato lo staff di Grillo (forse i famosi e misteriosi Casaleggio, quelli che gestiscono tutta la comunicazione e il merchandising del comico-politico?).
Ma se così fosse sarebbe ugualmente debole. Perchè Grillo è - come ha notato un altro blogger, Pasquale Videtta - un feroce nemico del copyright. Quando un video di Marco Travaglio fu rimosso dal web, in seguito ad un reclamo di Mediaset per violazione del copyright, Grillo fece fuoco e fiamme sul suo blog, con un post («Travaglio oscurato per copyright») in cui denunciava «la rimozione di centinaia di filmati di blogger, magari perfettamente legittimi, con la scusa del copyright». Questo perché, scriveva, «il copyright sulle parole e sui cittadini non è ancora stato introdotto per legge. In futuro, forse, per comparire su Internet bisognerà chiedere il permesso a Ghedini». Concetti già espressi in uno spettacolo a Bologna, nel 2006: «La conoscenza deve andare libera. I copyright, i diritti d’autore bloccano la ricerca, bloccano il progresso dell’umanità. Viva la pirateria! Viva la pirateria! Vaffanculo! Viva la pirateria!».
Posto che il copyright sia il vero motivo della rimozione chiesta dallo staff di Grillo, è un caso che riguardi proprio un video che sfotte Grillo? Con la stessa motivazione che usa Mediaset con Travaglio? Non sarebbe la prima incongruenza nella parabola del comico. Ex distruttore di pc, poi guru della rete. Ex testimonial pubblicitario, poi distruttore dei mass media. Ex antipolitico, ora leader di un movimento che elegge consiglieri regionali, provinciali e comunali. Ex libertario anticensura che censura chi lo sfotte? Questo non si può dire. È probabile che i grillini siano più grillini di Grillo e abbiano agito (maldestramente) senza interpellarlo. Il leader però non si è dissociato, almeno sinora. I commenti dei grillini al video (rimosso) erano tutt’altro che lievi: «Co...ne!», «Balilla lo dici a tua sorella!», e via così. Altro paradosso: al movimento del comico sembra mancare il senso dell’umorismo.

In Sanitaservice anche i figli dei sindacalisti


BRINDISI – Non solo parenti di politici, ma anche figli di sindacalisti storici. Ce ne sono due i cui genitori per lungo tempo avrebbero ricoperto ruoli importanti nella Cisl e nella Fials. Sono in graduatoria e sono stati assunti dalla Sanitaservice, società “in house” della Asl, che ha gestito il procedimento di internalizzazione degli operatori ex Biosal, quattro dei quali sono stati esclusi. Mentre qualcuno sta per inviare un esposto con tanto di dettaglio sui legami di parentela, continuano a susseguirsi le indiscrezioni documentate sulla presunta “parentopoli” scoppiata all’interno della neo costituita società a capitale interamente pubblico, il cui amministratore Giuseppe Giuri, ha siglato 22 contratti, sulla base dei dati reperiti dalla privata ed ex appaltatrice Biosal, il 16 agosto scorso. Un giorno prima che venisse stilato l’elenco degli idonei, con tanto di punteggi in ordine decrescente, e due settimane prima della pubblicazione sul sito internet. Ieri a casa degli assunti e degli esclusi è giunta la raccomandata attesa.
A giochi fatti. La questione sarà risolta con una vertenza sindacale, prima ancora che con un ricorso al tar. Qualora non dovesse esserci margine di discussione, così come richiesto dalla Cgil che giorni fa aveva destinato alla direzione generale una lettera con cui si augurava l’indizione di un incontro, ritenendo quel provvedimento il frutto di una sorta di “macelleria sociale”.
Oltre ai due figli di sindacalisti, in lista ci sono anche il figlio di un politico dell’ultima consiliatura comunale, il marito del funzionario Asl, il parente del parlamentare e dell’amministratore regionale.
E’ stata pubblicata martedì mattina, dopo le ripetute sollecitazioni, la graduatoria degli assunti dalla Asl nel processo di internalizzazione dei dipendenti Biosal. A quindici giorni dalla sigla dei contratti l’elenco dei 22 ammessi e dei 4 esclusi è su internet, sul sito della Asl.
E’ stata redatta “sulla base della documentazione presentata dagli operatori a seguito di apposito avviso pubblicato dalla società, tenendo conto della nota del 19 aprile 2010 trasmessa dalla ditta Biosal di Novoli, in esito a specifica istanza con cui la Asl chiedeva l’elenco degli operatori utilizzati nel servizio.